martedì 16 maggio 2017

L’esperienza di un film o di un romanzo "prolungata" attraverso i fumetti

La trasposizione illustrata di un film e di un romanzo sta diventando uno strumento di marketing sempre più diffuso. Il protagonista cinematografico e letterario rivive in un'opera a fumetti, il cosiddetto tie-in
Il passaggio alle vignette non corrisponde solo ad una efficace campagna di comunicazione ma permette di raccontare il mondo narrativo del prototipo da una prospettiva diversa, di approfondire elementi inesplorati e di aggiungere nuovi tasselli per espandere la storia originale.  

DAL CINEMA AL FUMETTO
Il rapporto del cinema con il mondo dei fumetti è di stretta interconnessione fin dalla sua nascita, cioè dalla proiezione dei Lumière, quando viene presentato il corto Le jardinier et le petit espiègle, tratto dalla bande-dessinée L’arroseur. E il cinema continua a flirtare con la Nona Arte. Basti pensare a Zavattini, Fellini, Scarpelli e molti altri che approdano al grande schermo dalle vignette. 
In tempi più recenti scrittori del calibro di Palahniuk, Lansdale e Gaiman esprimono la loro poetica sia con i romanzi che con la narrativa disegnata, così come Whedon, Singer e i fratelli Wachowski spaziano dalla Nona Arte ai film hollywoodiani. 
Se in America l’industria cinematografica sforna cine-comics di successo, proponendo una mitologia popolare fondata su super-eroi della Marvel e della DC Comics, in Italia si assiste curiosamente al processo inverso, ovvero si riadatta un romanzo o un film in una nuova versione a fumetti. Una operazione cross-mediale che “brandizza” il prodotto, esalta la sua unicità e veicola uno specifico universo con un linguaggio differente. Una via tutta italiana di promozione, rafforzamento dell’identità e riciclo del marchio.  
In effetti la riduzione a fumetti di una esperienza cinematografica sembra essere storia vecchia, se si pensa che negli anni Cinquanta il “principe della risata”, Antonio de Curtis, ha ispirato una collana di albi, Totò a colori, disegnati da Castellari, in cui tornavano le gag e le parodie del celebre attore.
Un fortunato esperimento di marketing lo fa Fandango nel 2010. Per promuovere lo zombie-movie The Horde, la casa di produzione e distribuzione romana, che è anche casa editrice, pubblica in edizione limitata un fumetto legato al film, illustrato da Davide Toffolo. Il Piccolo Manuale di Autodifesa dagli Zombi è un volumetto di 15 pagine che spiega cosa sono gli Zombi, come si comportano, le loro pulsioni sessuali, le loro abitudini alimentari, come ucciderli e con quali armi.

I SUPER EROI ITALIANI E IL FUMETTO
Una operazione più matura e consapevole arriva con l’uscita sul grande schermo de Il Ragazzo Invisibile di Salvatores. La Panini pubblica la mini-serie Il Ragazzo Invisibile, tre albi in formato comic book (scritti da Cajelli e disegnati da Camuncoli, Dell’Edera e Vitti). L’opera di Salvatores segna il primo tentativo di epopea superomistica dopo anni di cinema minimalista e un po’ piagnone, tra balloon che si materializzano sullo schermo e omaggi a X-Men e Batman. Dietro la mini serie a fumetti c’è comunque una precisa strategia trans-mediale che mira ad affezionare un pubblico giovane, a espandere gli orizzonti del lungometraggio e suggerire sviluppi futuri di un comune affresco narrativo.

Dalla celluloide alla carta il passo è breve anche per Lo chiamavano Jeeg Robot. Il film di Mainetti nasce da una matrice fumettistica e questa commistione di generi sembra favorire la trasposizione. In concomitanza con l’uscita della pellicola nei cinema, esce in edicola con la Gazzetta dello Sport un albo a fumetti che racconta cosa succede dopo i fatti avvenuti nel film. Lo spin off di Roberto Recchioni, con disegni di Giorgio Pontrelli, narra una storia autoconclusiva collocata cronologicamente dopo il redde rationem tra lo Zingaro ed Enzo Ceccotti. L’albo non contiene spoiler, avvisa prudentemente Recchioni nella prefazione, quasi a rassicurare quei lettori che, incuriositi, vorranno andare a vedere il film.  


L’ARTE DEL RICICLO, IL TIE-IN E LE SUE FUNZIONI
Che cos’è allora il Tie-In? E che utilità riveste per un produttore e un editore? Il Tie-in è un’opera d’intrattenimento derivativa, che può contenere il protagonista, l’antagonista o un personaggio minore della storia, può mostrare quello che è avvenuto prima delle vicende raccontate o narrare lo stesso episodio da un punto di vista diverso. Talvolta si sofferma sull’ambientazione originale, esplora una linea inedita o cura aspetti secondari della narrazione. Immaginate i libri di Saviano, Camilleri, Faletti o Tamaro, e i film di Benigni, Zalone, Sorrentino e Garrone, che generano un fumetto. Se un brand di successo ha qualcosa di speciale si "ricicla" la sua dimensione emotiva. Non parliamo di remake. Non si tratta semplicemente di garantire la profittabilità di opere già popolari. 
Il Tie-in si propone di trasmettere il quid unico, il marchio inconfondibile dell'originale. In questa logica comunicativa, la graphic novel in libreria e il fumetto in edicola faranno da apripista per il merchandising dell’opera, contribuiranno ad alimentare la brand identity e instaureranno una relazione empatica con i fruitori.
Questo vuol dire che oggi una affabulazione dispersa e frammentata ha cambiato la concezione stessa del narrare. L’innovazione di plot multipli e intrecciati ha reso più semplice e fecondo il trasferimento di materiale narrativo da un format all’altro e la circolazione di storie tra media ha allentato la nozione di chiusura stabile e il tradizionale concetto di opera autosufficiente.  


LETTERATURA E CINEMA RIVIVONO NEL FUMETTO
Degno di nota è l’adattamento a fumetti dei primi quattro romanzi dello scrittore napoletano Maurizio De Giovanni. Il Commissario Ricciardi, membro della squadra mobile della Regia Polizia, e dotato della capacità di percepire le ultime sensazioni delle vittime, si muove nella Napoli fascista degli anni ’30, ricreata dalle matite di Bigliardo, Stellato, Nespolino e Siniscalchi. 
La mini serie a colori è stata sceneggiata da Claudio Falco, Sergio Brancato e Paolo Terracciano, ed esce nella collana “Romanzi a fumetti” della Bonelli Editore. L’adattamento a fumetti da una parte condensa l’opera originale con la plastica sintesi delle vignetta, dall’altra parte con il supporto della grafica espande le storie, ne aumenta la potenza visionaria e fa perno sul singolare ritmo della narrazione disegnata.
In occasione dell’uscita di Smetto quando voglio. Masterclass Recchioni, affiancato da Giacomo Bevilacqua, realizza uno spin-off ispirato al film. Il fumetto, composto da 40 pagine in formato 17x21, viene distribuito con la Gazzetta dello Sport al costo di 2,50 euro e proposto con una variant cover disegnata da Zerocalcare. I protagonisti del fumetto sono il team di ricercatori del film, giovani laureati disoccupati, ai quali è data una breve avventura collaterale, in cui devono scovare una smart-drug di nome Variant.

IL FUMETTO COME MARKETING E FORMA ALTERNATIVA DI RACCONTO
Il ragionamento degli uffici di marketing è che esiste sul mercato una nicchia di lettori di fumetti, i nerd invecchiati, i 120 mila lettori al mese di Topolino, i 100 mila di Diabolik, i 190 mila di Tex Willer, i 110 mila di Dylan Dog, e gli oltre 250 mila lettori degli albi Bonelli, che costituiscono un target a cui attingere a piene mani.
Nel contempo l’obiettivo dichiarato è di coinvolgere la fascia dei 16-25enni, giovani e giovanissimi, visitatori di fiere, amanti di forme comunicative fresche e immediate e frequentatori assidui di sale cinematografiche. Sono i cosiddetti Millenials, quelli che si esprimono attraverso fan-fiction e web-serial. Parallelamente persino il pubblico meno avvezzo al fumetto può essere incuriosito dai disegni.
Prequel e sequel in tavole illustrate garantirebbero una ulteriore mediatizzazione, lancerebbero il “buzz”, ovvero il passaparola sul libro e  sul film, e scompaginerebbero la frontiera tra arte e intrattenimento. Tutto, insomma, purché si allarghi la platea. Tutto purché si parli della storia generativa e si crei un pervicace effetto di risonanza. L’importante è sfruttare il franchise e renderlo popolare per tutti i target, per cui alla “fumettizzazione” si può affiancare la vendita di una t-shirt, un videogame, un gioco da tavolo o qualsiasi altro prodotto correlato.
L’ideale, aggiungo io, è che il fumetto derivato però cammini con le sue gambe, non sia il mero clone o l’appendice di un’arte giudicata inferiore. Perciò il fumetto si dovrebbe leggere come un racconto autonomo
Le serie disegnate di saghe come Star Wars e di Aliens, ad esempio, sono creazioni indipendenti, espandono gli universi cinematografici e raccontano con mezzi peculiari del medium frammenti di una vasta epopea fantascientifica, senza avere un rapporto ancillare con il prototipo.
Sia detto qui per inciso che l’estetica del fumetto poggia sull’ellissi e richiede – al contrario di quel che si crede – uno sforzo di ricezione maggiore al lettore, impegnato in un rapporto di intensa decifrazione con balloon e disegni. L’adattamento a fumetti allora dovrebbe essere concepito come una storia matura, una voce dal timbro diverso, e si vorrebbe vedere più coraggio da parte di penne e autori di fumetti a cogliere una prospettiva nuova dell’originale. 
Il Tie-in non è solo un formidabile volano di sfruttamento commerciale, ma permette di allargare la visuale di una arena e la profondità delle idee e di illuminare punti lasciati oscuri, allarga i confini dello story-telling e compie il miracolo di resuscitare un personaggio che il lettore desidera continui a vivere, ancora per un’altra puntata.