venerdì 4 dicembre 2015

I segreti degli anni Settanta svelati da Massimiliano Griner in POLVERE NERA

Intervista esclusiva a Massimiliano Griner, autore insieme ad Alex Di Giacomo del noir POLVERE NERA (Cordero Editore). Storia di una inchiesta compiuta nel 1974 da parte di un giornalista deciso a svelare una oscura macchinazione politico-affaristica.
Attraverso un racconto forte e di "genere", POLVERE NERA racconta i poteri occulti che nella Prima Repubblica ordiscono una cospirazione, aiutati da un poliziotto corrotto che lavora per la CIA, e parallelamente gli sforzi di un giornalista che vuole salvare l'Italia dalla svolta autoritaria e denunciare le istituzioni deviate. 
I due autori, Griner e Di Giacomo, ci consegnano il ritratto disincantato di un paese votato al nuovo benessere, spaccato tra rossi e neri, e preda di una oligarchia rapace.

Lo scrittore di POLVERE NERA, Massimiliano Griner, risponde in anteprima alle nostre domande. 

Saggista, sceneggiatore, autore televisivo e radiofonico, Griner  svela l'assoluta originalità del romanzo pubblicato dalla Cordero.


          Di cosa parla “Polvere nera”?

Parla della fine della società italiana com'era quando mio padre era un uomo adulto, e io un bambino, e di come è diventata oggi. Era una società conflittuale, divisa da classi sociali, diseguale, con zone del sud ferme al Medioevo, ma una nazione, dove c'erano partiti, sindacati, associazioni, in una parola società civile, vibrante, partecipata. Oggi siamo sessanta milioni di monadi spaventate, di individui atomizzati, che tremano davanti alla minaccia risibile del terrorismo islamico o assistono alla privatizzazione dell'acqua potabile e della maggior parte dei servizi essenziali. Parla di come siamo arrivati a tutto questo, e lo fa attraverso una narrazione romanzata che attraversa parte degli anni Settanta.

Come è nato il romanzo? A cosa si deve la genesi dell’opera?
Griner in uno studio radiofonico

Per anni io e il coautore del libro Alex Di Giacomo abbiamo lavorato a quattro mani per la televisione. A un certo punto ci è sembrato ovvio sperimentarci in qualcosa che richiedesse un respiro diverso, e nessun vincolo che non fosse la nostra capacità di divertirci.

Hai svolto un lavoro di documentazione preparatorio per scrivere il romanzo?

Per il romanzo no, ma devi considerare che mi sono occupato di eversione e terrorismo per circa una decina d'anni, esplorando una parte di quel Moloch che sono i documenti prodotti dai processi, dalle commissioni d'inchiesta parlamentari e dalle inchieste giornalistiche. Quindi il romanzo era in un certo senso un “derivato”.

Quali eventi storici degli anni Settanta racconta “Polvere nera”? Ti sei discostato molto dalla realtà?

Polvere nera inizia con la strage di piazza Fontana e termina, grosso modo, con la morte del personaggio del Comandante, ispirato a Junio Valerio Borghese, nel 1974. Quindi parliamo della stagione delle bombe, dell'eversione che frettolosamente è definitiva di destra, perché di estrema destra erano, in alcuni casi, i “manovali”. A parte qualche licenza poetica, Polvere nera ripercorre fatti reali, un contesto reale, cercando di mettere ordine. L'invenzione è limitata all'angolatura, che è quella dei protagonisti. Ma si muovono su uno sfondo credibile, reale.

Nel tuo romanzo si fronteggiano da una parte un giornalista e dall’altra un funzionario della nostra Intelligence. Cosa ti ha affascinato di queste due figure professionali?

La Carrà, icona degli anni Settanta
Ho conosciuto dei veri agenti segreti, di quelli che hanno lavorato in Italia durante gli anni più terribili del terrorismo e dell'eversione, e anche dei giornalisti che in quel periodo hanno rischiato un proiettile in testa, per non dire peggio. Nella vita reale, si tratta di persone che sono uscite duramente provate da quel percorso, dalla durezza di quei tempi. In loro c'è una nota di amarezza e di disincanto, spesso, che è la vera ombra che rimane di quel periodo oscuro. Abbiamo cercato di restituire nei personaggi di finzione questo aspetto dolente, che accomuna i vincitori e i vinti di ogni partita sporca. Naturalmente io sono più affascinato dalla figura del giornalista, perché mi piace fantasticare sulle redazioni di quegli anni, con il fumo di sigarette, il lavoro fatto sul campo, il coraggio civile e la passione.

Se avessi avuto la possibilità di incontrare Francesco Cossiga, cosa gli avresti chiesto a proposito dei tanti segreti che custodiva?

Avrei avuto la possibilità di incontrare Cossiga, ma non l'ho mai fatto. Forse perché sono convinto che non riuscirai mai a strappare da figure come queste niente più di quello che loro vogliono farti scrivere. Ti dirò di più. Io non credo che serbassero, lui come Andreotti, grandi segreti, oltre a quelli che a mio parere è normale che un uomo di stato debba serbare perché fa parte del suo dovere. La vera eversione, a mio parere, non l'ha fatta lo Stato, ma dei soggetti privati che volevano ampliare i loro spazi di manovra a scapito della collettività, di noi tutti. E credo che Polvere nera vada proprio in questa direzione.

Oltre a romanziere, sei anche autore di diverse e fortunate monografie storiche. A tuo parere, quali differenze ci sono nello scrivere un romanzo di fiction e un saggio di ambito storico? 
Scrivere un romanzo è defatigante, ti stanca, intendo dire fisicamente, come può stancarti una marcia nella neve. Non so se il ragno fatica quando tira la sua rete, ma siccome secerne il filo, io credo di sì, che faccia fatica, e credo che per il romanziere sia lo stesso, quello che esce è una parte di sé, è l'invenzione, cioè la ricerca dentro di te di qualcosa che fatica a uscire. Quando scrivi un saggio, è diverso, perché hai l'aspettativa, spesso illusoria peraltro, che tutto quello che devi fare è capire ciò che è successo e renderlo comprensibile attraverso la scrittura. Personalmente comunque una similitudine la trovo: sia che io scriva un romanzo, sia che scriva un saggio, o un copione per la televisione o la radio, il mio primo problema è mettermi nei panni di chi leggerà, e risparmiargli un'esperienza negativa.

Quali autori ti hanno influenzato nella tua formazione di scrittore?

Senz'altro ho una sincera venerazione per i grandi saggisti contemporanei che muovono dalla ricerca sul campo, come William Langewiesche o Simon Winchester, il cui ultimo libro tratta nientemeno che l'Oceano Atlantico, oppure certe strane figure di eruditi che sembrano uscire dal XVII secolo, come il compianto Oliver Sacks. Se parliamo di narrativa, farei salti di gioia per scrivere anche una sola pagina al livello di un Philip Roth. 
La televisione che si afferma come mezzo di comunicazione di massa
Progetti per il futuro? Hai già in mente di scrivere un altro libro?

Due, in lavorazione. Uno, per Laterza, racconterà una delle imprese più perverse del nostro Novecento, il tentativo di fermare l'emancipazione femminile attraverso il manicomio. Accusate di pazzia perché libere, estroverse o ribelli, le donne entravano nei manicomi con più facilità degli uomini, e raramente ne uscivano. Poi con l'editore Salerno tornerò a raccontare la partecipazione degli italiani in quello straordinario e sanguinoso laboratorio che è stata la guerra civile spagnola. Lo avevo già fatto con I ragazzi del '36 [edito da Rizzoli], dedicato ai fascisti, ma ora parlerò anche degli italiani accorsi in Spagna per combattere Franco, incrociando i destini di tutti. Si intitolerà La prova del fuoco.

Ricordo a tutti che la prossima settimana Massimiliano Griner sarà ospite di una manifestazione culturale a Castiglion Fiorentino dove presenterà il romanzo.